Nell’anniversario dei Moti di Stonewall, quando i riot tra il 28 e il 30 giugno 1969 cambiarono la storia del nascente movimento di liberazione sessuale, la comunità lgbti+ è scesa in piazza, con i riflettori puntati sullo storico Milano Pride che si tiene nel capoluogo lombardo da più di vent’anni.

Inevitabilmente, il pensiero è andato ai fatti avvenuti a Camaiore pochi giorni fa. A Mirko, 24 anni, ucciso perché gay. A Kety, 52 anni, uccisa perché ha scelto di stare dalla parte di suo figlio. L’omofobia uccide e non è un’opinione ma un fatto. Una verità che il governo Meloni non vuole vedere, che la destra nega, che la tv pubblica minimizza mentre sdogana insulti e violenze verbali.

La cultura patriarcale, che decide chi ha diritto di esistere e chi no, è alla radice di questa strage. La stessa cultura che pretende di controllare le donne, che decide quali identità sono “accettabili” e quali no. Omofobia e femminicidio convivono in questo dramma e nascono dalla stessa idea che alcune persone abbiano il diritto di decidere delle vite altrui, considerate inferiori se non sacrificabili.

Nelle settimane scorse, a poche decine di km da noi, è accaduto che il Modena Pride è stato bersaglio di un’ondata d’odio durata giorni, mentre a Rovigo la manifestazione ha dovuto fare i conti con l’ostilità marcata della sindaca che si è tradotta perfino in ostruzionismo amministrativo. Il mese dell’orgoglio queer ci consegna una fotografia preoccupante dell’Italia del 2026: l’odio istituzionale si muove in sintonia con tutte le sue altre forme. Da una parte le minacce di morte sui social contro gli organizzatori del Modena Pride, dall’altra una sindaca che si dice “costretta a subire” quella che in realtà non è altro che una manifestazione democratica. Un’insofferenza davvero eloquente che ci fa comprendere come l’odio istituzionale, che parte dai palazzi del potere, legittima e alimenta quello che si riversa poi nelle piazze e sui social. La sindaca di Rovigo parla di “provocazione ideologica” e lo stesso linguaggio lo ritroviamo nei commenti anonimi contro la comunità lgbti+ di Modena.
La situazione sul nostro territorio

Nei giorni scorsi, a Cremona come in decine di altre città in tutto il Paese, siamo in stat* in piazza per commemorare Kety e Michelangelo Andreoni, ennesime vittime di omofobia e femminicidio. Ad un mese dalla terza edizione cittadina del Pride, che non è divisione ma comunità e resistenza; non è una provocazione, è la richiesta tenace dei diritti che sono ancora negati, senza arretrare di un passo. L’Onda Pride, che quest’anno è tornata a Cremona, nel 2027 vedrà nuovamente protagonista la città di Crema.

Nelle realtà di provincia, quando l’attivismo lgbti+ incontra il protagonismo giovanile e forme di cittadinanza attiva, possono nascere percorsi e progetti importanti. Lo abbiamo visto di recente a Casalmaggiore, con la Festa delle famiglie realizzata da Onda Queer e Arcigay La Rocca, insieme all’associazione Famiglie Arcobaleno, grazie alla collaborazione di una rete di organizzazioni del territorio che supporta la comunità lgbti+ e si amplia di anno in anno.


Le stesse realtà di provincia dove i Pride sono ancora più necessari perché, dati alla mano, è lontano dalle aree metropolitane che è più alto il rischio di emarginazione e violenza per le persone queer. La risposta a questi ed altri fenomeni, che minano il benessere della nostra comunità, è la maggiore partecipazione, ampliando il coinvolgimento della cittadinanza e della rete di collaborazione già esistente. A maggior ragione in un territorio, come quello casalasco, dove l’amministrazione comunale è assente, parlare di Pride non è più un tabù. Anzi, è ancora più necessario e sarebbe una tappa di un percorso costruito insieme alla comunità cittadina, per contribuire a renderla più inclusiva e solidale.
Lorenzo Lupoli
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